Autore: Redazione Alimenta

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In Italia si vive più a lungo anche grazie ai latticini

Chi dice che i latticini dopo una certa età fanno male pare dovrà ricredersi. Ad affermarlo è Assolatte, che sottolinea come i latticini aiutino a mantenere efficiente il cervello. E a supporto della tesi dell’associazione c’è uno studio della University of Kansas Medical Center.

D’altro canto se in Italia si vive così a lungo il motivo risiede in buona parte nella dieta che contempla anche i latticini. Anzi pare che i prodotti lattiero-caseari siano gli alimenti giusti per scongiurare la principale paura degli italiani “senior”, ovvero la perdita della memoria e della lucidità mentale: ben il 50% degli italiani (contro il 38% della media dei loro coetanei di altri 16 Paesi del mondo) teme questo evento, secondo i risultati di uno studio condotto da Gsk. I prodotti lattiero-caseari favoriscono il buon funzionamento del cervello – osserva Assolatte – perché forniscono due tipi di proteine (la caseina e il siero di latte) che agiscono in sinergia, promuovendo la formazione del glutatione, uno degli antiossidanti più potenti prodotti dall’organismo, fondamentale per prevenire lo stress ossidativo e il danno causato dai normali processi metabolici. Ed è proprio su questo antiossidante che i ricercatori della University of Kansas Medical Center hanno scoperto che più latte si beve, più i valori del glutatione si alzano.

I benefici del latticini in uno studio francese

D’altro canto questo studio condotto dall’università statunitense non fa altro che suffragare uno studio condotto in Francia dai ricercatori dell’Istituto nazionale per la salute e la ricerca medica (Inserm) e dell’università di Strasburgo, le cui conclusioni sono state pubblicate sul numero di marzo 2016 dell’European Journal of Clinical Nutrition, e riportato anche da Assolate: almeno un bicchiere di latte, un vasetto di yogurt o una porzione di formaggio fresco, insieme a cinque porzioni tra frutta e verdura rappresentano l’alimentazione quotidiana che dà i migliori risultati agli uomini ultra45enni, sia in termini di salute che di aspettative di vita. 

Sono stati studiati per tre anni 960 uomini over 45enni al fine di individuare le correlazioni tra le differenti famiglie di alimenti e il rischio di mortalità per tutte le cause. Dopo 15 anni è stato verificato il loro stato di salute. Il risultato ha confermato che a stare meglio erano coloro che avevano avuto consumi superiori alla media di latte, yogurt, frutta e verdura, formaggi e pane. I più affezionati al latte si sono aggiudicati anche il record del più basso tasso di mortalità, indipendentemente dalla causa di morte.

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Oceania, ancora in calo la produzione di latte

Il 2016 si è chiuso, nei due principali Paesi dell’Oceania, Australia e Nuova Zelanda, con un calo della produzione di latte, con la prima che, nel periodo luglio – ottobre del 2016, ha perso il 10,29% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e con il secondo che, in un periodo più lungo – da giugno a novembre – che ha accusato un calo del 3% (dati clal). Questa diminuzione della produzione è dovuta a molteplici motivi, nonostante condizioni climatiche anche propizie. In Australia il clima caldo e secco nel nord del Paese ha migliorato la qualità e la resa del fieno, cosa che ha permesso ai produttori di latte “aussie” di ridurre la necessità di acquistare alimentazione supplementare per le bovine da latte.

In Nuova Zelanda, a novembre, la produzione di latte è stata inferiore del – 4.53% rispetto allo stesso mese del 2015; questo a causa del clima piovoso, specialmente nell’Isola Sud, che ha avuto effetti negativi sulla produzione di latte. Il risvolto positivo viene dal prezzo: le ultime aste sono sufficientemente buone da sostenere il prezzo del latte alla stalla previsto dalle principali imprese di trasformazione.

Andamento dei derivati del latte in Oceania

Per quel che concerne i derivati, dai dati CLAL, in leggero aumento i prezzi del burro, con la minor produzione di latte che continua a limitare le produzioni.

Per il Cheddar i prezzi sono in leggero aumento. Durante il periodo festivo la domanda è diminuita, tuttavia i pochi buyer sul mercato erano determinati ad acquistare.

Nell’ambito delle polveri di latte, in leggero aumento i prezzi del latte scremato, dovuto anche alla decisione di alcune aziende trasformatrici di utilizzare il latte per produrre polvere di latte intero anziché scremato, con i potenziali acquirenti che appaiono molto cauti, anche per via dell’incertezza causata dai magazzini d’intervento UE, e con i produttori che cercano di non superare l’offerta necessaria a soddisfare le richieste attuali.

Prezzi in diminuzione, invece per il latte intero in polvere, forse a causa di una maggiore offerta, come già anticipato.

In conclusione, il prezzo del latte alla stalla previsto in Nuova Zelanda dovrebbe aumentare negli allevatori la fiducia di poter pagare i debiti contratti nel recente periodo caratterizzato dai bassi ricavi.

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Al via il programma sul latte ovino sostenibile neozelandese

La domanda globale di latte ovino e dei suoi derivati è in crescita, con una forte picco in Asia. Nonostante questa decisa domanda di mercato, l’industria casearia ovina in Nuova Zelanda cresce lentamente.

Una soluzione pare essere quella rappresentata dal programma Sheep – Horizon Tre, che ha l’obiettivo di costruire in Nuova Zelanda un’industria del latte ovino sostenibile e ad alto valore aggiunto, attraverso la costruzione di un sistema agricolo commercialmente redditizio, eco-sostenibile, replicabile. Si mirerà a favorire un rendimento elevato dei greggi degli ovini da latte neozelandesi attraverso l’importazione di razze geneticamente leader a livello mondiale, fare ricerche di mercato per stabilire quali segmenti di mercato hanno il maggiore potenziale di profitto e su come accedere a tali mercati con successo e creare prodotti ad alto margine per soddisfare la domanda nei mercati di riferimento. E proprio di recente il Ministero dell’agricoltura neozelandese e la Spring Sheep Milk Co. hanno firmato un contratto per il nuovo programma.

L’accordo sul latte ovino

Scottie Chapman, direttore generale di Spring Sheep Milk Co., ha detto che la Nuova Zelanda è in una posizione ideale per sviluppare prodotti lattiero-caseari di pecora. Il programma favorirà la nascita di una piattaforma per l’industria che potrà arrivare fino a 55 aziende agricole, nel corso del tempo, gestite da agricoltori con specifiche competenze nella mungitura ovina.

Martyn Dunne, direttore generale del Ministero, ha detto che lo sviluppo dell’industria casearia ovina della Nuova Zelanda è ancora nella sua fase iniziale, ma la crescente domanda di latte di pecora in Nuova Zelanda e all’estero offre un’opportunità ideale per una crescita importante e duratura. Per Dunne, nel corso dei prossimi anni, Spring Sheep Milk Co. svilupperà un sistema di allevamento valido per la mungitura delle pecore locali, al fianco di quelle d’importazione, così da iniziare ad allevare pecore d’ogni provenienza, adatte alla mungitura, in un ambiente unico come quello del neozelandese.

Il Ministero investirà 8,7 milioni di dollari nel nuovo programma e Spring Sheep Milk Co ne investirà 13 milioni in sei anni.

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Latte di pecora, Sardegna in ansia per il crollo dei prezzi

Grave la situazione che sta attraversando il settore lattiero-caseario ovicaprino della Sardegna, con il latte di pecora pagato sotto i 60 centesimi al litro: a dirlo è la Coldiretti, dalla quale si fa sapere l’intenzione di indire una manifestazione di piazza, spinti da quello che viene definito il bluff della sovrapproduzione del latte ovino e che a settembre, con i dati definitivi di produzione, è apparso tale. Intanto lo stato delle cose sta danneggiando pesantemente il mercato con perdite pari a circa 150 milioni di euro a livello di filiera, il crollo del prezzo del Pecorino romano prima e del latte ovino poi.

In Ogliastra la situazione appare drammatica, così come nel resto dell’Isola. Per Vincenzo Cannas, responsabile locale della citata associazione di categoria, non è vero che c’è una sovrapproduzione tale da giustificare l’abbassamento del prezzo del latte imposto dagli industriali. Anzi, per farla breve l’arrivo in Ogliastra dei trasformatori del nord Sardegna sta a significare le cose non stanno così. E’ vero – sempre a detta di Cannas – invece, il contrario e cioè che c’è stata flessione della produzione. Intanto il latte di pecora ha visto scivolare il prezzo da 90 a 60 centesimi.

Il fronte dei trasformatori

Anche i trasformatori non se la passano bene. Le quotazioni del pecorino romano, che poi è il formaggio che determina il prezzo del latte ovino in Sardegna, sono in caduta: si è passati dai 9,50 euro al kg di luglio 2015 agli attuali 5,30 euro/kg. Di conseguenza le attuali offerte dell’industria privata di trasformazione per il ritiro della materia prima dai pastori si stanno aggirando sui 50/60 centesimi al litro, rispetto all’euro a litro della campagna 2013-2014, con una decurtazione del reddito degli allevatori pari al 40%. Questo è quanto affermato da Copagri che chiede l’adozione di provvedimenti straordinari da discutere con le organizzazioni di categoria. Da Ignazio Cirronis, presidente di Copagri, arriva la richiesta al ministero di approvare un decreto per imporre agli acquirenti di latte di comunicare mensilmente allo Stato membro i dati sui litri di conferiti, come accade già per il latte vaccino.

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Il lattiero-caseario biologico è in ascesa

Buone notizie dal fronte del mercato del lattiero-caseario biologico: in Europa e negli Stati Uniti è prevista una crescita fino al 2025 fra il 6,7% e 7,6%. Non solo ma questi numeri corrispondono circa al triplo del ritmo di crescita previsto in generale per gli altri consumi alimentari. Questo è quanto emerge dal rapporto Rabobank e da un’analisi di Clal.

Questo boom è frutto della maggiore attenzione dei consumatori verso le tematiche ambientali, del benessere animale, della salute e della sicurezza alimentare, che hanno spinto le vendite dei prodotti biologici con performance di crescita anche a due cifre negli ultimi anni e questa tendenza è prevista in costante, regolare aumento. Questo chiaramente è avvenuto soprattutto nei mercati economicamente più avanzati e maturi, dove il concetto di qualità alimentare va ormai oltre le caratteristiche nutrizionali per rivolgersi al metodo con cui gli alimenti sono ottenuti lungo tutta la filiera produttiva.

Negli Stati Uniti

Insieme all’interesse dei consumatori per i latticini biologici continua a crescere anche il numero di caseifici biologici. Negli USA, nel tentativo di sostenere la ricerca in questo settore, il US Department of National Institute of Food and Agriculture ha assegnato 1 milione e quattrocentomila dollari a un team co-guidato da Pablo Pinedo, un professore assistente presso il Dipartimento di scienze animali della Colorado State University.

Nell’ottica di una maggiore collaborazione, i ricercatori della University of Minnesota, della Colorado State University e della Kansas State University si riuniranno per testare e sviluppare nuove strategie di trattamento per i caseifici biologici. Il lattiero-caseario è il secondo più grande segmento dell’agricoltura biologica: quindi – a detta di Pinedo – c’è bisogno di procedure basate su studi supportati da una ricerca rigorosa con l’obiettivo a lungo termine di contribuire ad una migliore salute dei consumatori.

In Europa

È significativo come in Europa, nonostante la perdurante crisi economica, i consumatori si siano rivolti sempre più verso i discount senza però abbandonare i prodotti bio, i cui acquisti sono regolarmente aumentati. Nel decennio dal 2005 al 2014, il valore delle vendite al dettaglio di prodotti bio è passato da 11,1 miliardi di Euro a 24 miliardi di Euro, con 10,3 milioni di ettari dedicati a tali coltivazioni. I prodotti lattiero-caseari bio variano dal 5 al 10% del mercato totale in Austria, Germania, Olanda, ma quello del latte ha già superato il 15% delle vendite totali in Austria. La Germania rappresenta un terzo del valore totale dei consumi bio (7,9 miliardi di Euro), seguita dalla Francia (4,8 miliardi di Euro), paese che registra tassi annui di crescita del 10%.

I prezzi del latte biologico nell’Unione europea presentano un trend di crescita superiore a quello di un anno fa. In Germania, sono aumentati del 3 per cento a livello di azienda rispetto all’anno precedente; in Baviera i prezzi sono aumentati del 3,67 per cento. In Francia sono aumentati del 3,1 per cento.

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Ricotta, un prodotto ricco e versatile

La ricotta non è un formaggio ma un latticino, ovvero un derivato del latte ovino, caprino o vaccino: infatti, secondo la normativa vigente, il formaggio è il prodotto che si ricava dal latte intero, parzialmente o totalmente scremato con la coagulazione acida o presamica, attraverso l’aggiunta di caglio. Cosa che non avviene, appunto, con la ricotta, che invece è il prodotto della coagulazione delle sieroproteine, vale a dire di quelle proteine che rimangono nel liquido, detto appunto siero, che si separa dalla cagliata durante il processo di caseificazione. Il procedimento di coagulazione delle sieroproteine - albumina e globulina - avviene alla temperatura di 80-90°C, processo che viene facilitato con l’aggiunta di siero di latte dell’acido citrico o dell’acido lattico.

Durante la produzione del formaggio, una parte dei grassi passa attraverso le maglie dei setacci utilizzati per separare la cagliata dal siero. Il globuli di grasso del latte di pecora e capra sono più piccoli rispetto al latte di mucca: tendono con più facilità a rimanere nel siero producendo una ricotta più grassa e saporita, ma con più calorie.

Quali sono le caratteristiche nutrizionali?

La ricotta è un latticino che viene spesso definito “magro” e, in effetti, soprattutto se confrontato con altri derivati del latte l’apporto calorico è piuttosto contenuto: una porzione da 100 g fornisce 174 kcal. Questa la composizione in macronutrienti della ricotta: 13 % di grassi, 11% proteine, 3% carboidrati.

La ricotta è un alimento variabile: il contenuto di macronutrienti e calorie varia di molto, a seconda del metodo di produzione e del latte di partenza. Il metodo di produzione influenza il contenuto di grasso del siero. Per esempio la ricotta prodotta dal siero residuo della lavorazione del pecorino romano, è molto saporita poiché in grasso residuo in questo siero raggiunge il 2,1 % contro il 0,30, per esempio, del siero del Parmigiano Reggiano.

Le sieroproteine della ricotta sono ricche di amminoacidi essenziali: le proteine del siero del latte hanno un valore biologico addirittura superiore di quello dei classici formaggi. La ricotta è anche una discreta fonte di calcio: una porzione da 100 g apporta circa il 26% del fabbisogno quotidiano di questo microelemento. Buono anche il contenuto di vitamine, soprattutto vitamina A, riboflavina e la vitamina B12.

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Siero di latte demineralizzato: cosa è e come si ottiene

Il siero di latte, che rappresenta fino al 90% del prodotto nella caseificazione, è stato visto per anni solo come integratore per alimentazione animale o, laddove non riusciva a trovare questa collocazione per difficoltà di trasporto, come refluo da smaltire. Il siero di latte dolce è un sottoprodotto liquido diluito derivante dalla produzione del formaggio. Contiene lattosio, proteine e minerali. Ma lo stesso può essere trattato per estrarre i minerali attraverso, ad esempio l’elettrodialisi. Ed è così che si produce il siero di latte demineralizzato. Rispetto ad altri prodotti ha caratteristiche organolettiche migliori, una bassa acidità e solubilità.

Caratteristiche dei principali derivati del siero

demineralized

da: SardegnaRicerche

Ampiamente usato come ingrediente di base nell’alimentazione dei bambini, sostitutivo del latte materno, il siero demineralizzato di latte viene impiegato come materia prima per diversi prodotti alimentari: per la produzione di prodotti lattieri (produzione di latte interno, gelati, creme spalmabili, formaggi tipo cottage e formaggi); nel settore dolciario  (torte, dolci); nel settore della carne  (salumi, salami e patè).

Il siero contiene, oltre alle proteine, lattosio e sali minerali che possono essere recuperati e trasformati in sostanze ad alto valore aggiunto.

Il processo di demineralizzazione

Il processo di demineralizzazione mira a conservare il lattosio e le proteine del siero diminuendo la carica minerale (fino a -90%). E’ basato sulle resine a scambio ionico, ossia sostanze organiche insolubili in grado di scambiare i propri ioni con altri ioni aventi la stessa carica e contenuti nella soluzione in cui sono immersi.

ll siero demineralizzato, successivamente cristallizzato ed essiccato, è ampiamente usato come ingrediente di base nell’alimentazione dei bambini, sostitutivo del latte materno, oltre che, come già anticipato, materia prima per diversi prodotti alimentari e nell’industria farmaceutica.

Il processo di demineralizzazione del siero avviene, come già detto, attraverso l’elettrodialisi o le resine a scambio ionico, ma non sono le sole tecnologie utilizzate in quanto è possibile utilizzare anche la nanofiltrazione e la ultrafiltrazione: infatti le tecnologie a membrana consentono oggi una significativa valorizzazione del siero ed in particolare per le seguenti applicazioni: l’ultrafiltrazione, che consente il recupero pressoché totale delle proteine e dei grassi come concentrato, con la possibilità di lavorare – per il recupero del lattosio – ulteriormente il permeato, che contiene lattosio e sali minerali, oltre che di ottenere polvere di lattosio; l’osmosi inversa, che concentra di circa tre volte tutta la massa, che può essere ulteriormente concentrata per via termica fino ad ottenere una farina proteica. Il permeato è acqua di buona qualità che può essere riutilizzata nel caseificio stesso oppure scaricata in acque superficiali; la nanofiltrazione, simile all’osmosi inversa, ma che, a differenza della prima, lascia passare una parte dei sali minerali nel permeato (in particolare i cloruri), fornendo quindi un concentrato parzialmente demineralizzato.

Il mercato

E’ nota la ricchezza di proteine e la bassa presenza di grassi nel siero di latte in polvere demineralizzato, qualità, queste, che in un mercato globale, sempre più tecnologizzato e attento a prodotti più indicati per uno stile di vita attento alla salute, rappresentano il valore aggiunto per la crescita di questo ingrediente. L’aumento della popolazione mondiale e la crescente domanda di latte artificiale contribuiscono al fenomeno.
Il mercato del siero di latte in polvere demineralizzato è segmentato in base all’utilizzo dell’ingrediente (latte artificiale, prodotti da forno, pasticceria, prodotti lattiero-caseari, bevande e altri). Tra tutti i segmenti è quello del latte artificiale che dovrebbe essere dominante, anche a lungo termine, in termini di fatturato. Anche nel comparto delle bevande se ne fa un uso diffuso, soprattutto per favorire la formazione di schiuma, la stabilità e la sensazione in bocca. Altro ambito a tirare la crescita è quello degli alimenti confezionati per l’infanzia.

Ma la segmentazione è presente anche a livello geografico: mercati maturi sono il Nord America e l’Europa Occidentale, mentre quelli emergenti, come l’Asia del Pacifico, hanno notevoli opportunità di crescita nei prossimi dieci anni. Questo previsioni favorevoli poggiano in primis sul progresso tecnologico delle industrie di trasformazione del siero di latte e l’aumento del consumo di alimenti confezionati e a basso contenuto calorico sia nell’Asia del Pacifico che nel Medio Oriente e in Africa.

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Rapporto trimestrale Rabobank, Cina e rialzo dei prezzi del latte tra le key words

La produzione di latte proveniente dalle regioni di maggiore esportazione è fortemente diminuita, da 2,6 milioni di tonnellate nella seconda metà del 2016, in particolar modo i volumi di latte provenienti da Oceania e dall’Europa. Se, inoltre, si tiene conto del fatto che la domanda interna negli Stati Uniti e in Europa ha continuato a rafforzarsi, vien da sé che si assiste ad una riduzione dei volumi disponibili per l’esportazione (4 milioni e mezzo di tonnellate) e, di conseguenza, ad una risalita verso l’alto dei prezzi del latte a livello mondiale (oltre il 45% nella seconda metà di quest’anno).

I prodotti la cui domanda interna cresce di più sono formaggi e burro. Con la conseguenza che sarà la domanda di materia grassa butirrica a guidare e a pesare sul mercato, questo almeno da quanto traspare dal rapporto trimestrale Rabobank relativo al quarto trimestre del 2016.

Per Kevin Bellamy, di Rabobank, “la produzione di latte in tutto il mondo, nella seconda metà dell’anno, è apparsa in pessime condizioni. La produzione europea si è rafforzata, non solo a causa dei prezzi bassi, ma anche in risposta agli sforzi dei sussidi europei (possibilità di rimuovere un milione di tonnellate di latte dal mercato). Nel frattempo, assistiamo a una scarsa produzione in Oceania, con la Nuova Zelanda lontana dai livelli di produzione dello scorso anno del 6%”.

Punti chiave del rapporto trimestrale Rabobank

Vari gli scenari, e a varie tinte, si possono estrapolare dalla lettura del rapporto trimestrale Rabobank: l’attuale rialzo dei prezzi sarà seguito da un ulteriore aumento, così come ci vorrà del tempo per vedere crescere l’offerta di latte in tutte le regioni, nonostante il miglioramento dei prezzi del latte; una vera e significativa ripresa della produzione e dei volumi disponibili per l’esportazione non avverrà almeno fino alla seconda metà del 2017; la Cina sarà prepotentemente sul mercato internazionale, con un aumento delle importazioni previsto del 20%. Tuttavia, un ulteriore rafforzamento del dollaro USA, in combinazione con l’aumento dei prezzi delle materie prime, potrà favorire anche altre regioni importatrici con un ruolo chiave.

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Il mercato lattiero-caseario iraniano è in ascesa

Che l’Iran fosse uno dei mercati su cui porre l’attenzione nei prossimi anni era sicuro ma che le previsioni di crescita per l’immediato futuro fossero a due cifre è una notizia da sottolineare: in un recente approfondimento realizzato dal CLAL si fa il punto proprio sulla crescita del mercato lattiero-caseario iraniano, favorita dalla rapida urbanizzazione e dall’evoluzione degli stili di vita che vedono aumentare l’interesse dei consumatori per i prodotti lattiero caseari. Con previsioni che vedono un tasso di crescita annuo composto di oltre il 22% entro il 2021, grazie soprattutto alla diffusione delle vendite online e agli stili di consumo sempre più occidentalizzati.

Patrimonio zootecnico e prodotti

In Iran si contano circa 8,8 milioni di bovini, un milione dei quali è rappresentato da Holstein con una produzione media giornaliera di 32 kg di latte (dati www.clal.it). I prodotti maggiormente consumati sono lo yogurt e formaggio, oltre che il tipico doogh, un latte fermentato bevuto durante il pasto.

L’export

Lo stimolo allo sviluppo della zootecnia da latte, e del settore agricolo in generale, viene dalle politiche tese a ridurre la dipendenza economica del Paese dal settore petrolifero e del gas naturale. Grazie a queste politiche l’Iran nel 2015 ha esportato verso 30 paesi circa 600 mila tonnellate di prodotti lattiero caseari, per un valore di 624 milioni di dollari e si stima che nel corrente anno fiscale tale valore arriverà ai 650 milioni di dollari, facendone il secondo esportatore della regione dopo la Turchia. I principali acquirenti di prodotti lattiero-caseari iraniani sono, in primis, l’Iraq (con 35.505 tonnellate nel periodo gennaio-novembre) e l’Afghanistan (con 4.879 tonnellate). La torta dell’export iraniano vede la fetta principale destinata allo yogurt e latticello con il 72%, seguiti da latte e panna (14%) e formaggi (13%).

Appare lampante una ancora forte connotazione regionale dell’export; sicuramente l’apertura del mercato favorita dall’eliminazione delle sanzioni imposte dall’ONU spingerà sempre più il Paese ad investimenti e scambi commerciali con i principali Paesi europei e nordamericani. Di conseguenza, si prospettano anche investimenti da parte dei principali operatori lattiero caseari che operano a livello internazionale, con la realizzazione di impianti e stabilimenti produttivi nelle varie province del Paese. Il futuro appare sicuramente roseo.

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La stagione lattiero-casearia in Australia è in ritardo

Appare decisamente in ritardo la stagione lattiero-casearia australiana: infatti è opinione diffusa che il normale andamento stagionale quest’anno si sia spostato in avanti. Il motivo pare risiedere nel clima freddo e piovoso che ha imperversato in primavera e che sta persistendo anche in estate.

Nonostante tutto le condizioni dei pascoli e del foraggio sono buone, fattore che dovrebbe permettere agli allevatori di essere nelle condizioni di mantenere stabile la produzione di latte e ad un costo ragionevole.

Intanto i dati forniti da clal.it vedono, nel periodo luglio-ottobre di quest’anno, un calo della produzione di latte molto deciso in Australia, pari al -10,29% rispetto allo stesso periodo del 2015, con il calo che si accentua maggiormente a ottobre (-11,39%), notoriamente il mese più prolifico. D’altro canto le stagioni 205/2016 e 2014/2015 hanno chiuso con il segno più (+1,96% la prima e +6,42% la seconda). Più contenuto il calo dei vicini neozelandesi, -2,44% (dati Clal)

Andamento dei prodotti in Australia e Nuova Zelanda

Il prezzo del burro è in deciso aumento. Il livello dei magazzini è basso in Australia, e la disponibilità di panna limita la produzione di burro. Alcuni utilizzatori di burro che necessitavano di piccole quantità hanno acquistato burro confezionato nei punti vendita al dettaglio per soddisfare le proprie necessità di produzione.

In aumento anche i prezzi del formaggio Cheddar. Mentre in Australia il formaggio è attualmente la destinazione preferenziale per il latte, alcuni trasformatori neozelandesi stanno rivolgendo la loro attenzione verso altri derivati che ritengono più remunerativi.

Invariati i prezzi della polvere di latte scremato. La decisione della Commissione Europea di vendere parte degli stock di polvere di latte scremato sta generando preoccupazione in Oceania, stemperata dalla notizia di un recente aumento dell’export.

La polvere di latte intero, invece, vede salire l’asticella del prezzo. In Nuova Zelanda la polvere di latte intero è diventata la scelta preferenziale del latte, in termini di remuneratività, e molti trasformatori si attendono che questo valga anche in futuro.

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