Autore: Redazione Alimenta

Home/Articoli pubblicati da Redazione Alimenta

Alimenta annuncia la registrazione in Corea del Sud

Siamo lieti di annunciare che in data 14 Settembre 2017 Alimenta ha ricevuto conferma dell’inserimento nella lista per gli impianti di produzione lattiero-casearia stranieri accreditata dal governo della Sud Corea.

Questa registrazione darà ad Alimenta l’opportunità di proporre sul mercato Sud Coreano i propri ingredienti in polvere ad alto livello di genuinità di origine ovina e caprina: latte intero e scremato di in polvere, siero demineralizzato 90% e 70%.

Continua a leggere

“Stilnovo”, sostenibilità e innovazione per la filiera del latte ovino

Nasce Stilnovo, un progetto tutto toscano con la “mission” di unire il miglioramento della qualità del latte ovino alla sostenibilità ambientale, e che riscopre la coltivazione di essenze autoctone in maniera da avere maggiore disponibilità di materia prima durante l’anno e una crescente qualità dei prodotti, a partire proprio da prodotto ovino principe del territorio, il Pecorino Toscano Dop.

In realtà la parola Stilnovo è in un certo senso l’acronimo di sostenibilità e tecnologie innovative per la filiera del latte ovino. A coordinare il tutto è il Caseificio Sociale di Manciano, in provincia di Grosseto, con il contributo scientifico della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, dell’Università di Pisa e di quella di Firenze. L’obiettivo principale è quello di valorizzare la Maremma, la sua produzione di eccellenza, la tradizione e la passione che animano gli allevatori e le aziende locali.

Stilnovo è un progetto di filiera finanziato dal Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della Regione Toscana per migliorare la qualità del latte ovino grazie a innovazioni di processo e di prodotto. Sono coinvolti nel progetto nove soci allevatori del Caseificio Sociale Manciano, con i loro greggi e alcune aree di pascolo, dove saranno introdotte pratiche agricole sostenibili per migliorare la qualità del latte, il benessere degli animali e la produttività delle imprese.

Le fasi di Stilnovo

Il progetto, che si chiuderà nel 2018, si divide in due fasi: nella prima avverrà il trasferimento delle agrotecniche innovative nelle aziende partner per migliorare la qualità e a sostenibilità ambientale dei foraggi e del latte prodotto dalle pecore; in un secondo momento, lo studio continuerà con l’analisi dei processi di trasformazione e stagionatura, attraverso test dedicati alle caratteristiche organolettiche e nutrizionali dei formaggi a crosta edibile.

La riscoperta delle essenze

Un altro interessante plus del progetto Stilnovo riguarda la riscoperta e la coltivazione di essenze autoctone e innovative utili a migliorare l’alimentazione delle pecore, che si traduce in un latte migliore – disponibile per quasi tutto l’anno – e in costi più bassi dedicati all’alimentazione degli ovini. E con un occhio anche alla tutela del territorio grazie alla riduzione dello stato abbandono e del rischio di erosione dei terreni coltivati.

Continua a leggere

Metodo di pastorizzazione rapida per il latte materno donato

E’ italiana la tecnologia che permetterà di preservare molte più proprietà nutrizionali e biologiche del latte materno, attraverso la pastorizzazione del latte umano donato alle Banche del Latte.

Guido Moro, presidente dell’Associazione Italiana Banche del Latte Umano Donato (AIBLUD), Laura Cavallarin del CNR di Torino e Enrico Bertino, direttore del Centro di terapia intensiva neonatale dell’Università di Torino, hanno messo a punto un nuovo metodo di pastorizzazione rapida – da 5 a 15 secondi a temperatura elevata (a 72°C) – per mantenere inalterate le principali proprietà del latte donato. Oggi il latte donato alle banche (34 in Italia e 210 in Europa) viene trattato con la tradizionale pastorizzazione Holder (62,5 °C per 30 minuti), che distrugge, però, numerosi ingredienti bioattivi e nutrizionali, riducendone gli effetti positivi.

Questo metodo garantisce un processo di pastorizzazione a basso impatto e sicuro, adatto al trattamento di diversi volumi di donazioni, dato che può pastorizzare fino a 10 l di latte all’ora, con un volume minimo di 100 ml.

Il ruolo del latte materno nello sviluppo degli immaturi

E’ arcinoto il ruolo fondamentale che il latte materno svolge nella sopravvivenza e nel corretto sviluppo dei neonati prematuri: fornisce enzimi, proteine, grassi e altri principi bioattivi che favoriscono la crescita degli organi immaturi dei neonati prematuri e dei loro sistemi gastrointestinali e metabolici, riduce la percentuale di malattie gravi, tra cui l’enterocolite necrotizzante, la displasia broncopolmonare, la retinopatia del prematuro e numerose altre condizioni che mettono a rischio la sopravvivenza dei neonati prematuri. Il latte materno può avere un impatto sostanziale e a lungo termine sullo sviluppo cognitivo dei prematuri, maggiormente a rischio di soffrire di disturbi neurologici rispetto ai bambini nati a termine.

Per il prof. Moro il valore ineguagliabile del latte materno per i neonati prematuri e i bambini nati a termine non è mai stato così evidente ed è compito della comunità medica, del governo e della società introdurre i cambiamenti necessari per assicurare che tutti i neonati ricevano un allattamento al seno ottimale, e che le madri e le famiglie ricevano il sostegno necessario che permetta loro di fornirlo.

Continua a leggere

Un maxi gregge di ovini dalla Sardegna per i terremotati

Un maxi gregge di ovini, tra cui numerosi agnellini, è partito dalla Sardegna alla volta dell’Umbria: sono quasi mille pecore donate dai pastori sardi. Un gesto significativo che serve a ridare la speranza ai loro sfortunati colleghi che hanno perso gli animali durante il terribile sisma di sette mesi fa.

“Sa paradura”, un’antica tradizione

In questa maniera è stata rinnovata l’antica tradizione agropastorale “Sa paradura” con la quale vengono offerte in dono una o più pecore a chi cade in disgrazia per risollevarne le sorti. Sono 25mila le aziende agricole e le stalle nei 131 comuni terremotati di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, che vanno a coprire ben 292mila ettari di terreni agricoli, coltivati soprattutto a seminativi, e prati e pascoli. Imprese per la quasi totalità a gestione familiare (96,5%), secondo le elaborazioni Coldiretti sull’ultimo censimento Istat. 40mila le pecore, che sviluppano un fiorente indotto agroindustriale: caseifici dai quali si ottengono specialità famose in tutto il mondo.

L’operazione maxi gregge, coordinata dalla Coldiretti, che ha visto arrivare pecore da tutta la Sardegna, dalla Barbagia alla Gallura, dall’Ogliastra al Campidano, dalla Nurra al Sarrabus, ha avuto come punto di raccolta il centro ricerche Agris di Bonassai, nel Sassarese da dove, a bordo di autoarticolati, le pecore sono partite per raggiungere il porto bianco di Olbia, lo scorso 31 marzo, per l’imbarco verso Civitavecchia, da dove partiranno alla volta di Cascia, in Umbria. E’ stata presa la decisione di assegnare le pecore a 40 pastori umbri con una consegna casuale – “a stumbu” – fatta da un bambino bendato, secondo i canoni dell’antica tradizione.

Le difficoltà dei pastori sardi

La Sardegna, terra di pastorizia in cui si concentra il 40% degli ovini italiani, suddivisi nei 12 mila allevamenti presenti in tutta l’isola, ha voluto dare il suo contributo, nonostante il settore stia vivendo momenti davvero difficili: basti pensare che dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media un litro di latte che oggi viene pagato a un prezzo dimezzato rispetto a due anni – appena 60 centesimi rispetto a 1 euro di fine 2015.

Numerosi i casi di solidarietà che si sono succeduti in questi mesi, prova che il settore primario italiano è vivo ed è parte integrante anche del tessuto sociale del Paese: dalle operazioni “adotta una mucca”, che ha già dato ospitalità ad almeno 2000 pecore e mucche sfollate a causa dei crolli delle stalle, a “dona un ballone” di fieno per garantire l’alimentazione del bestiame. E non è mancata la solidarietà della gente comune: basti pensare che oltre 50mila italiani hanno assaggiato la “caciotta della solidarietà”, ottenuta con il latte raccolto dalle stalle terremotate di Norcia, Amatrice e Leonessa, e il “cacio amico” fatto con il latte degli allevamenti marchigiani.

Continua a leggere

SheepNet, partito il progetto di condivisione

Nasce SheepNet, azzeccatissimo acronimo di Sharing Expertise and Experience towards sheep Productivity through NETworking, un progetto di condivisione di competenze ed esperienze sulla produttività degli ovini attraverso la costituzione di una rete di lavoro internazionale, e beneficiario di due milioni di euro, finanziati dal programma europeo Horizon 2020, con cui si sta lavorando all’incremento della produttività degli ovini in Europa e nel vicino Oriente. E l’Italia è rappresentata da Agris, l’agenzia della Regione Sardegna per la ricerca in agricoltura.

Il progetto consentirà lo scambio nel tempo delle conoscenze pratiche e scientifiche fra ricercatori, allevatori e tecnici, attraverso un approccio multi-attore e trans-disciplinare, e la promozione dell’implementazione e della disseminazione delle migliori e innovative tecnologie e pratiche per l’incremento della produttività degli ovini.

Dove opererà SheepNet

Parliamo di un area che storicamente è stata sempre interessata dalla zootecnia ovina e dalla filiera ad essa connessa e in cui oggi sono allevati più di cento milioni di capi, di cui 85 milioni, divisi in 830 mila aziende, nel Vecchio Continente, e ben 31 milioni nella sola Turchia, che conta sulla presenza di 127 mila aziende. Nonostante si parli di numeri enormi è da sottolineare come in Europa, dal 2000 a oggi, il numero degli allevatori sia calato del 50%, fattore che mette in pericolo lo sviluppo sostenibile delle aree generalmente considerate meno favorite.

Insieme alla Turchia, sono sei i Paesi europei interessati dalla produzione ovina e facenti parte della rete aperta a tutti gli altri stati europei – e sono l’Italia, la Spagna, il Regno Unito, la Romania, la Francia e l’Irlanda.

Dopo l’esordio dello scorso novembre nel centro di ricerca sugli ovini Teagasc ad Athenry in Irlanda, in queste settimane è partito un sondaggio conoscitivo multilingue, destinato a ricercatori, tecnici, allevatori e portatori di interesse del comparto, con l’obiettivo di individuare quali sono le principali problematiche e necessità per l’ottenimento di buoni risultati riproduttivi su fertilità, gravidanza e numero di agnelli allevati. Nell’ambito di SheepNet verranno realizzati numerosi workshop nazionali e internazionali, pubblicazioni ed eventi, con la dead line del progetto prevista nell’ottobre del 2019.

La presenza italiana in SheepNet

Per quel che concerne la rappresentante italiana, avrà il compito di animare la rete nazionale prevalentemente sui temi che riguardano la produzione del latte. Agris può contare sul partnerariato dell’Associazione Regionale Allevatori della Sardegna (Aras), delle Associazione Inter-Provinciali Allevatori (Apa), dell’Associazione nazionale della Pastorizia e la Società italiana di Patologia e Allevamento degli ovini e dei caprini.

Continua a leggere

Primo bimestre positivo per l’export lattiero-caseario in Cina

Il 2017 è sicuramente cominciato sotto i migliori auspici per coloro che importano in Cina: nei primi due mesi dell’anno (dati CLAL), se raffrontati a quelli del 2016, c’è stato un aumento a volume (+3,8%) e, soprattutto, a valore (+16,2%) dell’export lattiero-caseario, con 454.736 tonnellate di prodotti per 1 miliardo 406 milioni di dollari americani, segnale che i margini di sviluppo nel gigante asiatico sono ancora notevoli.

I prodotti che hanno segnato le migliori performance sono il latte per l’infanzia, con un buon 10,5% a volume, la crema di latte, con percentuali davvero interessanti sia a volume (30,2%) che, soprattutto, a valore (35,2%), i formaggi (14,5% a volume e 16,7% a valore) e la polvere di siero (con un notevole +40,5% a valore).

Per quel che concerne le polveri di latte, più che positivi sia i dati che riguardano quello scremato (+4,2% a volume e 19,4% a valore rispetto allo stesso periodo del 2016) che quello intero (+3,9% a valore e addirittura il 24,7% a valore). Il risultato migliore è quello raggiunto dal lattosio per uso alimentare, cresciuto dell’84,8% a volume e del 56,8% a valore. Il burro, come già anticipato negli scorsi articoli, vede diminuire i volumi di vendita (-21,8%) ma il valore resta sostanzialmente stabile, a dispetto dei ridotti quantitativi (+0,7%). Calano il latte sfuso e confezionato (-6,1% a volume e -5,4% a valore) e i caseinati (un crollo, con -46,7% a volume e il 40,3% a valore). Lo yogurt e il latticello vede diminuire solo il valore del 13,6%.

Febbraio, export lattiero-caseario a volume

Per quel che concerne i dati del mese di febbraio di quest’anno confrontati con lo stesso mese dello scorso anno, l’export cinese è aumentato in volume relativamente a polvere di siero (+63%), alla polvere di latte intero (+50,8%), al latte per l’infanzia (+38,4%), ai formaggi (+36,4%), alla polvere di latte scremato (+16.0%) e alla crema di latte (+59,9%). In ripresa l’export del latte sfuso e confezionato (+37,5%). Confermato, anche se in leggero miglioramento, il calo del burro (-15.4%).

Continua a leggere

Progetto Cina, uno studio superato

Si è fatto sempre un gran parlare degli effetti di una dieta comprendente latte e derivati, sin dagli anni settanta, con studi volti a ridimensionarne pregi e problematiche. E a volte a cassarne totalmente le virtù.  È il caso del The China Study, uno studio che T. Colin Campbell (famoso anche per essere stato il medico di Bill Clinton) e suo figlio, Thomas M. Campbell II, pubblicarono nel 2005 basandosi sui risultati ottenuti da un omonimo studio, il Progetto Cina, uno dei più grandi studi di nutrizione umana mai condotti, lanciato tramite una partnership di 20 anni tra la Cornell University, l’Università di Oxford e l’Accademia Cinese di Medicina Preventiva, che ha coinvolto 6.500 adulti, di 65 contee cinesi, attraverso la compilazione di questionari, esami del sangue e osservazioni cliniche.

Cosa è il Progetto Cina?

La ricerca ha portato ad individuare 8.000 associazioni statisticamente significative tra lo stile di vita, la dieta e lo sviluppo di diverse malattie, incorporando anche una grande quantità di dati di ricerca aggiuntivi provenienti da altre fonti. Campbell ha delineato un unico principio unificante secondo cui le persone che mangiano cibi di origine animale manifestano lo sviluppo di malattie croniche, mentre le persone che mangiano alimenti di origine vegetale registrano uno stato di salute migliore e un minor tasso di malattie croniche. Questa affermazione come quella che sostiene che mangiare alimenti che contengono colesterolo superiore a 0 mg non è salutare sono tratte da un tipo di ricerca altamente selettivo solo di alcuni dati, ignorandone completamente altri.

Uno studio che sponsorizza la dieta vegana

In buona sostanza il libro “The China Study” sponsorizza una dieta di tipo vegano. Campbell parla del ruolo dei cibi di origine animale nel causare il cancro alla prostata, ma non fa menzione del potente effetto preventivo attribuito alla vitamina A, contenuta in molti cibi di origine animale. Lo stesso destino è stato riservato ad altre sostanze nutritive come le vitamine del gruppo B e i caroteni, che l’autore afferma esser presenti nelle verdure ma che in realtà hanno concentrazioni molto più alte in cibi quali tuorli d’uovo, latte e fegato di diversi animali. Molti altri esempi emergono da una lettura accurata del libro e le critiche ben argomentate di una blogger americana, Denise Minger, nella sua pagina web su nutrizione e stile di vita sono diventate un punto di riferimento per molti lettori oltre che per esperti nel campo. Un caso esemplare delle inconsistenti affermazioni riscontrate nel libro “The China Study” è quello della caseina, una proteina del latte che l’autore afferma essere, insieme a tutte le proteine ​​animali, tra le possibili sostanze cancerogene più rilevanti che consumiamo. Campbell parla del collegamento tra la caseina e il cancro basandosi su una sua precedente ricerca scientifica, che dimostra un aumento di insorgenza di tumori in animali da laboratorio a cui era stata somministrata la caseina. Questo risultato, se supportato, è sicuramente importante e suggerisce una forte necessità di ulteriori ricerche per quanto riguarda la sicurezza dell’integrazione di caseina negli esseri umani, in particolare tra i culturisti, atleti e altri che usano la caseina per il recupero muscolare. In realtà però, pare che Campbell porti questa ricerca oltre il suo ambito logico, concludendo erroneamente che tutte le forme di proteine ​​animali hanno simili proprietà pro-cancro negli esseri umani. Tale affermazione non tiene conto di un’ampia letteratura scientifica che mostra le importanti proprietà anti-cancro di molte proteine contenute nel siero del latte. Il latte e i suoi derivati sono stati considerati alimenti dannosi per la salute nel libro The China Study per la presenza della caseina.

L’effetto “pro-cancro” della lisina nei vegetali

Un altro dato fondamentale è quello che emerge da una ricerca scientifica condotta nel 1989 da Schulsinger e collaboratori, in cui si dimostra che se alle proteine del grano si aggiunge l’amminoacido lisina si ottiene un effetto pro-cancro simile a quello che Campbell aveva ottenuto con la caseina nei sui esperimenti. Per comprendere meglio questi dati bisogna considerare che in natura esistono nove amminoacidi, definiti essenziali, che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare da solo e che è necessario introdurre con l’alimentazione. La lisina è uno di questi. Molte proteine ​​vegetali sono prive di alcuni amminoacidi ma combinandole si ottiene comunque un profilo amminoacidico completo. Ad esempio, cereali e legumi, che sono tra gli alimenti maggiormente consumati in una dieta vegana, hanno profili aminoacidi complementari, ripristinando l’uno gli amminoacidi mancanti nell’altro. Pertanto se le conclusioni di Campbell fossero corrette, anche i vegani potrebbero essere soggetti ad un elevato rischio di cancro così come ha dimostrato per la caseina, pur evitando tutti gli alimenti di origine animale. Questo ci fa comprendere come il rapporto tra proteine ​​animali e cancro sia ovviamente molto più complesso, e sia legato alla totalità delle sostanze che si trovano negli alimenti, rendendo impossibile estrapolare qualcosa di universale da un legame tra la caseina isolata e il cancro.

Il progetto Cina nel dettaglio

Abbiamo parlato sinora di Campbell, ma cosa è in realtà il Progetto Cina? Nello studio epidemiologico oltre ai dati alimentari vengono valutati altri fattori di rischio nello sviluppo di malattie cardiache o nell’insorgenza di tumori come la schistosomiasi, l’epatite B, i più alti tassi di tubercolosi, polmonite, ostruzione intestinale o in generale condizioni di vita o di lavoro. I dati del Progetto Cina parlano da soli: le proteine ​​animali non sono correlate ad una maggiore insorgenza di malattie, come dimostrato dal fatto che gli abitanti della contea di Tuoli pur consumando all’incirca 134 grammi di proteine ​​a578_3169_great-wallnimali al giorno hanno lo stesso livello medio di colesterolo dei cittadini della contea di Shanyang, e livelli leggermente inferiore rispetto alla contea di Taixing, che consumano invece in media meno di 1 grammo di proteine ​​animali al giorno. Chiaramente, la relazione tra il consumo di alimenti di origine animale e di colesterolo nel sangue non è sempre lineare, e altri fattori giocano un ruolo fondamentale nella variazione dei suoi livelli. Le contee analizzate in The China study sono state scelte in modo da ridurre quanto più possibile le variabili nella raccolta dei dati riguardanti lo stile di vita. Le zone rurali cinesi analizzate nella ricerca The China study sono state volutamente selezionate per garantire che la gente della zona avesse trascorso l’intera vita nella stessa zona e avesse mangiato i cibi caratteristici di quell’area. In sintesi, The China Study è una raccolta di dati scelti con cura e una interpretazione fortemente fuorviante dei dati originali del Progetto Cina, che non può giustificare lo stile di chi decide di essere vegetariano o vegano o di chi sceglie invece una dieta varia, che prevede anche il consumo di cibi di origini animale. Nonostante ciò, bisogna sottolineare che

The China Study contiene molti punti eccellenti nella sua critica al riduzionismo nella ricerca nutrizionale, all’influenza dell’industria alimentare sulla ricerca, e la necessità di ottenere sostanze nutritive dagli alimenti, ma il suo pregiudizio nei confronti dei prodotti di origine animale e in favore del veganismo permea ogni capitolo e ogni pagina del libro. Campbell potrebbe essere stato influenzato dalle sue stesse aspettative sui potenziali danni per la salute legati alle proteine ​​animali, formulando affermazioni che si sono con il tempo consolidate grazie anche all’ampio consenso ricevuto dalla comunità vegana. Ciò ha fatto sì che The China Study non abbia ricevuto un’analisi critica come un libro di tale portata merita.

Di studio propagandato dai vegani e assolutamente superato parla Andrea Ghiselli, medico nutrizionista e dirigente ricercatore dell’Inran, rispetto al China Study. Per il ricercatore “è lo studio di un ricercatore – e va contro tantissimi altri studi condotti nel mondo. È uno contro tutti, un pazzo che va contromano in autostrada. Il consumo di latte – che secondo il China Study sarebbe responsabile dell’insorgenza di tumori per colpa della caseina – è invece ufficialmente riconosciuto come un fattore protettivo verso le più importanti malattie cardiovascolari, il diabete, l’ipertensione e molti tipi di tumore”. Secondo Ghiselli, il lavoro svolto da Colin Campbell ha avuto successo semplicemente perché ha interpretato quello che un determinato gruppo – vegani e vegetariani – vuole sentirsi dire. “Lo studio non ha corrispondenza con la realtà. È stato fatto 40 anni fa e poi smentito dall’attuale letteratura. Tutti gli orientamenti della comunità scientifica attuale sono contrari. Campbell ha condotto ad esempio esperimenti in vitro, ha messo la caseina in provetta e ha visto che le cellule di un particolare tipo di tumore stavano meglio: ma certo, la caseina ha fornito loro del cibo, ma sarebbe successa la stessa cosa con qualsiasi altro tipo di nutriente. È noto e dimostrato che, al contrario, il latte vaccino ha una valenza protettiva verso le principali malattie del nostro tempo”.

Continua a leggere

Crescono le esportazioni di formaggi dall’Unione Europea

Un mese tutto sommato positivo quello del gennaio appena trascorso, se raffrontato con lo stesso mese dello scorso anno, per l’esportazioni di alcuni prodotti lattiero-caseari comunitari: a volume sono aumentate le esportazioni di crema di latte (+21,8%), di formaggi (+13%), di latte per l’infanzia (+11,1%), di polvere di latte intero (+6,1%). Non si può dire lo stesso per altri prodotti: calano le esportazioni relative alla polvere di siero (-0,5%), alla polvere di latte scremato (-7,8%), al burro (-37,1%), al latte sfuso e confezionato (-1,3%) (dati www.clal.it)

I prezzi del formaggio

A valore i prezzi unitari delle esportazioni della UE a 28 relativi al mese di gennaio di quest’anno confrontati con il gennaio del 2016 sono aumentati relativamente al burro (+43,0%), alle polveri di latte intero (+24,4%) e scremato (+9,8%), alla polvere di siero (+4.4%), alla crema di latte (+1,5%).

Diminuiti, invece, quelli dei formaggi (-1%), del latte per l’infanzia (-7,2%) e di quello sfuso e confezionato (-4%). Il valore totale delle esportazioni a volume è stato di 384.285 tonnellate, praticamente pari (+0,2%) allo stesso mese dello scorso anno. Decisamente migliori le performance a valore, con con un incremento del 10,3% (dati www.clal.it).

Per quel che concerne l’export dei formaggi comunitari del mese di gennaio sono gli Stati Uniti ad assorbire i principali quantitativi, con un incremento dell’1% pari a 9.986 tonnellate e uno share del 16%. Seconda piazza per il Giappone, con un incremento del 47% e 7.695 tonnellate. Terzo esportatore è la Corea del Sud, che ha scalzato la Svizzera, ora quarta, che comunque vede incrementare le esportazione del 5%. Il Paese asiatico segna un ottimo +53%, dopo il calo del 2016, passando dalle 2.934 tonnellate del 2016 alle 4.479 tonnellate di quest’anno. Quinta posizione per l’Arabia Saudita con un incremento del 4%. Ora si aspetta un ulteriore incremento, tenuto conto che gennaio nel 2016 è stato il mese meno proficuo (il più generoso è stato settembre, l’unico mese dello scorso anno in cui è stata superata la soglia delle 70.000 tonnellate).

Continua a leggere

Polvere di latte, in calo i prezzi in Oceania

Continuano i risultati altalenanti per i due principali Paesi dell’Oceania. In Australia la produzione di latte, a Gennaio, è stata inferiore del 5,9% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (dati Clal)

D’altro canto in Nuova Zelanda le buone condizioni meteo autunnali potrebbero favorire una produzione di latte superiore alle aspettative.

Per quel che riguarda il burro,il prezzo minimo è in aumento, anche grazie alla crescente ansia circa la disponibilità di materia grassa, che sta sostenendo il valore del prodotto.

Prezzi in diminuzione per il cheddar, con gli acquirenti che hanno trovato adeguata questa correzione, dato che avevano considerato troppo veloce l’aumento dei prezzi.

Cali significativi della polvere di latte

Sul fronte polveri di latte le diminuzioni dei prezzi, sia per quello intero che per quello scremato, sono significative. La diminuzione dei prezzi della polvere di latte scremato ha ridotto il differenziale con i prezzi europei. Alcuni buyer avevano opposto una crescente resistenza ai prezzi in Oceania, considerando interessanti quelli europei. Ha inoltre esercitato un certo peso l’attesa di una produzione di latte oltre le aspettative. Anche i prezzi della polvere di latte intero sono diminuiti e ora sono leggermente inferiori a quelli europei, rovesciando la situazione precedente.

I prezzi deboli nelle recenti aste potrebbero essere attribuibili a diversi fattori, quali il fatto che alcuni osservatori ritengono che siano stati messi all’asta volumi eccessivi di alcuni prodotti, oppure che alcuni prezzi fossero troppo superiori rispetto alle transazioni di mercato o anche che le produzioni di latte in Nuova Zelanda potrebbero superare le proiezioni.

A marzo il prezzo della polvere di latte scremato in Germania è di 1.867 euro per tonnellata, in calo del 6,90% rispetto a febbraio, negli Stati Uniti è di 1.831 euro per tonnellata, ossia – 9,74% rispetto al mese scorso, in Oceania è di 2.232 euro per tonnellata, + 41,6% rispetto a marzo del 2016 ma con un – 1,75% rispetto a febbraio di quest’anno.

Continua a leggere

Il lactobacillus dello yogurt per combattere la depressione

La depressione, il ‘male oscuro’ che affligge sempre più persone nel mondo, curabile con lo yogurt? Pare di si. La malattia potrebbe essere trattata con opportune modifiche alla dieta in grado di agire sulla flora batterica del fegato. Questo è quanto si evince da uno studio portato avanti dall’Università della Virginia pubblicato su “Scientific Reports” nel quale viene individuato il ruolo chiave del lactobacillus, il batterio tipico dello yogurt.

Per Alban Gaultier, tra gli autori dello studio, potremmo non avere più bisogno di fare i conti con farmaci complessi ed effetti collaterali in quanto si potrà semplicemente agire sul microbioma.

La ricerca ha monitorato i sintomi depressivi sui ratti, osservando in particolare la risposta alla composizione dei batteri presenti nel fegato. Gli scienziati hanno rilevato che i livelli di lactobacillus di roditori sottoposti a stress erano quelli che subivano le maggiori variazioni, mentre con l’integrazione di tale elemento nella loro dieta l’atteggiamento tornava quasi in linea con quello abituale. Insomma, lo yogurt potrebbe diventare una fonte importante per fare scorta delle sostanze necessarie e combattere il problema depressione.

Lactobacillus vs. chineurenina

Nello specifico è stato possibile riconoscere che l’influenza del lactobacillus sui sintomi depressivi riguarda il suo ruolo di controllo su un’altra sostanza, un metabolita noto come chineurenina, il quale, quando cala il lactobacillus, aumenta la sua concentrazione nel sangue, conducendo agli spiacevoli sintomi della depressione.

La sperimentazione sull’uomo

Come spesso accade in questi casi, sebbene certi comportamenti osservati sui topi possano essere comunemente ricondotti a segni di depressione, il principale limite dello studio è la mancanza del riscontro sull’uomo. E questo sarà il prossimo obiettivo del team statunitense: dall’University of Virginia fanno sapere che i primi soggetti su cui si testerà la validità del sorprendente studio saranno quelli colpiti da sclerosi multipla, in quanto soffrono frequentemente di questi disturbi psicologici.

Continua a leggere